Per essere sbrigativi e per lavarci le mani dall’impiccio noi padri siamo soliti usare questa frase fatta (efficace): «Chiedi a tua madre».

Vi faccio qualche esempio.

L: «Babbo, posso prendere le patatine?».

B: «Chiedi a tua madre».

L: «Posso guardare la tv?».

B: «Chiedi a tua madre».

L: «Domani andiamo a giocare alle giostre?».

B: «Chiedi a tua madre».

L: «Posso fumare?».

B: «Chiedi a tua madre».

Il «Chiedi a tua madre» diventa la risposta più immediata. IL TORMENTONE. Andiamo così di default e ci ritroviamo a utilizzarla anche quando bisognerebbe dire no o si a prescindere.

Invece dobbiamo e possiamo impegnarci ad ascoltare di più le richieste dei nostri figli, e ascoltarli non vuol dire assecondarli in tutto e per tutto.

Noi padri siamo fatti così, siamo proprio fatti così.

Quando si tratta di cose nostre (da leggere con tono mafioso) siamo attentissimi, diligentissimi, precisissimi, puntigliosissimi, ansiosissimi, quando si tratta di prestare maggiore attenzione all’educazione di nostro figlio il più delle volte ci facciamo prendere dalla pigrizia maschile, è nei nostri geni e alle volte è una libidine, ma altre no.

L’altro giorno mio figlio faceva la spola tra me e mia moglie per richiedere la possibilità di prendere il suo trenino di legno e giocarci, gliel’avevo nascosto bene perché è un gioco molto bello e l’altra sera si era smarrito un binario di legno che completava la pista e per non rischiare di perderne altri ho pensato di “nasconderglielo”.

«Babbo ciuf ciuf» diceva.

Ed io: «Chiedi a tua madre».

E mia moglie: «Chiedi a tuo padre».

Ed io: «Chiedi a tua madre».

E lei: «Chiedi a tuo padre».

E cosi via per 5 minuti.

Cosa ci spinge a rispondere così? Non penso solo la pigrizia. Oggi mi son chiesto se avessi timore di confrontarmi con mio figlio. Come se una risposta non data, un piccolo litigio, una discussione possa compromettere un equilibrio trovato, finalmente. Ma ha quasi tre anni, che confronto ci può essere, ho pensato. Sbagliato. Ci può essere eccome, ci deve essere. Sia se porta a un SI e sia se porta a un NO.

Si deve confrontare, mi devo confrontare, devo parlargli, spiegargli, raccontargli le cose, come va il Mondo. Non posso piazzarlo davanti a una tv e dire “non ci pensare ora, sei piccolo”. Devo educarlo al dialogo, al confronto, oppure a 15 anni prenderà schiaffi a destra e a manca dai suoi coetanei e non temere nessuna relazione diretta e verbale e non avere frustrazioni.

Io già ci penso, eccome se ci penso.

E se dietro al «Chiedi a tua madre» davvero rischia di nascondersi tutto questo, farò in modo di evitarlo e trasformare quell’imperativo sbrigativo (passatemi la formula, perché così suona) in «Chiedi pure a Babbo» sorridendo, nel senso che risponderò, ci proverò, anche quando non saprò che dirti, ma ti risponderò.

Non me le laverò le mani, o forse solo prima di sedermi a tavola.

🙂

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