INSEGNIAMO AI NOSTRI FIGLI A PERDERE

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Da giorni ho intrapreso una battaglia educativa nei confronti di mio figlio e di conseguenza anche nei miei.

Se prima era un periodo, inteso come una fase di crescita e coscienza di sé, ora credo stia per arrivar ad essere un modo di fare che nonostante la tenera età (ha quasi 4 anni) inizio a non tollerare più, per il suo bene.

Mio figlio vive molte cose con la voglia di primeggiare, vincere ed ottenere a tutti i costi. Bene, se da una parte questo lato del suo carattere lo tempra e fa capire al padre e alla madre la sua attitudine alla testardaggine, dall’altra inizia a preoccuparmi, e allora ho deciso di intervenire.

Dopo un’ennesima scenata dovuta a mancate vittorie e primati nei confronti di amici e cugini sulla qualsivoglia forma di gioco e di quotidianità l’ho preso in disparte e di petto ho affrontato la questione, guardandolo negli occhi e con voce ferma.

Conscio che davanti a me avevo un bambino e non un adolescente, ho provato a spiegargli con polso fermo che nella vita non si può vincere sempre, non si può arrivare primi in tutto e che esiste anche la sconfitta. Si può arrivare ultimi, terzi, decimi, trentesimi. Si può perdere. Si deve imparare a perdere.

Dentro piangevo nel vederlo trattenere le lacrime ed ascoltarmi. Ma non potevo cedere. Dovevo essere credibile, anche se stavo morendo dentro.

Mentre gli spiegavo il mio pensiero pensavo se davvero mi stesse seguendo e comprendendo e se ne valesse davvero la pena metterlo nell’angolo, guardalo seriamente in faccia e fargli un discorso del genere, a 4 anni.

In realtà serviva più a me che a lui, perché?
Perché queste responsabilità ce le vogliamo prendere seriamente una volta per tutte o educare un figlio è solo un gioco?

Molte volte sorvolo e lascio stare, questa volta no, ho voluto prendere la palla al balzo e iniziare a fargli capire che la sconfitta fa parte della vita, che primeggiare sugli altri produce individualismo e prepotenza, che potrebbero portarci più in là ad essere esclusi e non considerati.

Perdere.

È un concetto difficile da spiegare ai bambini, da fastidio a noi adulti, figuriamoci a loro, ma perdere non significa essere un perdente, essere fesso rispetto a chi vince, meno capace o stupido.
Anzi significa guardarsi dentro, conoscersi, migliorarsi, rialzarsi, emozionarsi di più.

E allora l’esempio partirà da me: niente più gare a chi arriva prima in bagno a lavarsi i denti, niente più gare a chi arriva prima in macchina, niente più vittorie a giocare a pallone, a chi deve spingere il tasto dell’ascensore.

La vita non è competizione, la vita non è vittoria, non è individualismo. La vita è socializzazione, è condivisione. La vita è tosta.

Sforziamoci ad insegnare che la collaborazione, la fatica, lo studio, l’impegno e il sacrificio sono le colonne portanti del nostro essere. Partendo dalle piccole cose, partendo da quando si è piccoli, non quando davvero non ti ascolteranno più in fase adolescenziale, valli a prendere dalle orecchie poi.

Gli insegnerò la bellezza di perdere, e piangerà, perché quando si perde siamo abituati a versare lacrime, non a cercare di sorridere. E dove sta scritto questo fatto?

Se non mi sbaglio anche quando si vince si piange, forse perché non si ci aspettava la vittoria, perché è stata sofferta, la meta da raggiungere è stata dura, tosta e difficile. Ma se ci pensiamo bene poi, per vincere cosa? Per arrivare primi per cosa? Per far vedere che siamo forti? Che siamo capaci? Che io sono uguale a te?

Omologazione. No, non la tollero, io tifo per la diversità, per l’autenticità, non per l’apparenza.
Arriverà l’occasione di vincere o sentirsi primi in qualcosa ma ne dovrà valere la pena, bisognerà sudare e non ottenerla per altri motivi.

Ed è per questo che mi sono messo di traverso e non mi muoverò finché non capirai amore mio, odiami quanto vuoi, ma un giorno capirai, come l’ho capito io, che il tutto nella vita non esiste, che primeggiare e vincere non conta nulla e che perdere è di una figata bestiale perché ti insegna a vincere davvero, e a comprendere cosa siano la gioia e la felicità di raggiungere un obiettivo con il tempo.

A chi dice “è una fase” “è ancora piccolo” “lascialo stare” “vallo a consolare” chiedetegli prima di tutto di farsi i fatti propri e poi di provare anche loro a mettersi in gioco in questo percorso educativo.
Sbagliando chissà. Ma farlo.

Perché è facile nascondersi dietro a una frase riflessiva ed è difficile invece intervenire e capire poi se si è fatto bene oppure no. È questo il bello.

Io mi sono sentito in dovere di spiegargli che nella vita non si può sempre vincere e arrivare primi, e a 4 anni i bambini non sono scemi, ci seguono, capiscono e hanno una vita per iniziare a mettere in pratica i consigli.

Un giorno sarò il primo a gioire di un suo successo nella vita, a piangere anche, sapendo in futuro di essere stato l’ultimo a non mollare in questo percorso educativo.

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