Questo è un mantra che vale sempre. Meno male che c’è la mamma. In questi giorni più degli altri giorni, con me KO per via di una brutta febbre e praticamente ridotto alla stato brado, la mamma scende in campo mostrando i tricipiti, i quadricipiti, tirando fuori venti braccia, cento occhi, più di tutti gli altri giorni, molto di più. Lo dico perché sono un padre e marito molto collaborativo quindi quando la mia presenza viene meno come in questo caso, il lavoro per la mamma si quadruplica all’ennesima potenza. E lo ammetto, mi sento in colpa.
Lei si alza prestissimo la mattina prima di tutti, prima del canto del gallo, infatti bisognerebbe inventare il canto delle mamme, cucina il pranzo, pensando già alla cena, prepara la colazione, fa lavatrici e asciugatrici, avvia o svuota la lavastoviglie, prepara gli outfit dei piccoli, sistema la camera da letto, si lava e si veste, sveglia i pupi seguendoli ed inseguendoli fino al momento dell’uscita di casa, accompagna a scuola Ludovico, arriva a lavoro fa le sue otto ore, esce, fa la spesa, qualche altra commissione e poi torna a casa con l’elmetto dell’esercito pronta a tornare in trincea con il soldato Ludovico e il generale Chiara, invece con il paziente Giovanni ha accortezza e attenzione infinita, oltre che tanta ma tanta pazienza, e va così fino a sera, fino a quando non crollano tutti, morti dal sonno.
Ho descritto ciò che ho percepito in questi giorni di degenza, solo attraverso l’ascolto, i rumori e le voci che arrivano fino in cameretta, dove risiedo ormai, immaginandoli nella quotidianità e nelle faccende giornaliere, pronto a ricaricare le batterie e scendere di nuovo in pista.
Viva le mamme, viva le mogli, viva le compagne che scegliamo per la vita. Ah, viva la Tachipirina e la mia visuale sul mondo da tre giorni a questa parte.
Viva Annarita.

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